Opinion

Il futuro è adesso

Antonio D'Aloia, direttore del Festival FuturoPresente, apre la seconda edizione con questo editoriale estratto dalla Gazzetta di Parma del 2 Ottobre 2026. The Synergetic Group sostiene il festival. La domanda che pone, cioè quanto pesano le scelte di oggi su chi verrà dopo, riguarda anche chi investe e fa impresa.

Antonio D'Aloia

Antonio D'Aloia

Docente di Diritto costituzionale e Direttore del Centro Universitario di Bioetica (UCB)

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“L’umanità non consiste mica di coetanei, bensì in ogni momento di tutti gli appartenenti a tutte le età della vita, tutti esistono contemporaneamente e ciò significa che esistiamo ogni volta con una parte di futuro ed una parte di futuro esiste con noi”.

Questa frase di Hans Jonas è il leitmotiv del Festival FuturoPresente, di questa seconda edizione. Nel suo libro del 1979 su “Il Principio Responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica”, il filosofo tedesco avvertiva il cambiamento di senso del futuro di fronte ad un progresso scientifico e tecnologico che correva troppo rapidamente rispetto alla nostra capacità di comprenderlo e di indirizzarlo verso una giusta dimensione etica.

Jonas era perfettamente consapevole che un simile ragionamento, che in qualche modo ha anticipato il cammino teorico e giuridico della sostenibilità, costituiva (e costituisce) una sfida per le nostre categorie culturali e sociali (e quindi anche politiche e giuridiche) perché “nessuna etica tradizionale ci ha preparati a questo ruolo di amministrazione fiduciaria, e ancor meno lo ha fatto la visione scientifica dominante della natura”.

Se il futuro è parte del presente, e non è soltanto qualcosa di lontano verso cui andiamo, allora non possiamo non considerare il fatto che le nostre scelte, i nostri comportamenti, le nostre omissioni, possono avere un impatto importante (in senso positivo o negativo) sulle persone che vivranno dopo di noi.

Il Festival anche quest’anno si muove lungo questa doppia linea di confine (e in realtà di incrocio).

La prima è la linea del tempo, dove se da un lato appare sempre più evidente che siamo dentro un passaggio della storia umana che è decisivo, caratterizzato da problemi, e risposte, che non sono temporanei, ma appunto definiranno il mondo in cui vivremo (o meglio vivranno le generazioni successive) tra 30-50 anni, non si può non vedere che a volte il futuro arriva improvvisamente, saltando la distinzione tra fiction e presente, e la previsione o la preoccupazione diventano realtà qui e ora. L’estate più calda di sempre ci ha trovati spiazzati, quasi rassegnati, di fronte ad un cambiamento climatico che ormai è già in atto, con esiti sempre più imprevedibili, ai quali possiamo solo adattarci.

I vecchi obiettivi (come quello di mantenere l’aumento della temperatura al di sotto di 1,5 gradi) sono stati semplicemente travolti. Dobbiamo aggiornare il limite, e questa non è una buona notizia, perchè significa che non siamo stati capaci di difenderlo, di mantenerlo possibile.

La seconda è la linea in cui la scienza e la tecnica cambiano il mondo intorno a noi: e se questo spesso apre nuove possibilità, speranze, persino diritti, dall’altro può ingenerare conflitti, inquietudini, interrogativi etici che non sempre trovano risposte condivise. A volte l’impatto è più radicale, e la posta in gioco è addirittura come mantenere il senso dell’umano e dell’esperienza umana, ad esempio nel mondo dell’IA generativa e ‘agentica’.

Anche su questo tema, quando una decina di anni fa l’IA è tornata prepontemente al centro del dibattito scientifico e dell’agenda geopolitica, pochi si aspettavano uno sviluppo così veloce e tumultuoso, fino al punto da arrivare a mettere in discussione la nostra stessa capacità di mantenere un controllo efficace su questa tecnologia, sulle sue applicazioni nei diversi campi, sugli effetti che essa può avere sul piano economico, sociale, culturale.

Fa oggettivamente impressione leggere di agenti ‘artificiali’ che si muovono autonomamente, che sfuggono (si ‘ribellano’, è stato detto) ai compiti che sono stati assegnati (e ai relativi limiti operativi), che possono avere intenzioni proprie, pensieri da decifrare. E in ogni caso, anche al di là di queste visioni apocalittiche (il premio Nobel Geoffrey Hinton ha detto che l’IA fuori controllo potrebbe sterminarci!; e Bill Gates ha rincarato la dose: “L’AI può innescare un miliardo di morti”), preoccupano le conseguenze che la diffusione pervasiva di questi sistemi può scaricare su intere filiere di lavoro (anche intellettuale), e sui modi di formazione e di verifica della conoscenza.

Alla domanda

“Perché imparare se le macchine sanno già tutto?”

due studiosi (Klingberg e Wilkforss) hanno risposto che “sapere non significa accumulare dati”, e che proprio in un mondo dominato dalla tecnologia e dall’IA, la conoscenza umana -quella che si acquisisce con la fatica del pensare e dello studio, con la capacità di orientarsi, di collegare idee, di provare emozioni, di avere esperienza diretta di ciò che si muove intorno a noi- è necessaria “per dare forma al mondo secondo principi morali, mentali, fisici, culturali, coerenti con i valori umani”.

E’ sicuramente un’affermazione da condividere e fare propria, ma il punto è se siamo ancora in tempo, o se siamo già in un contesto cognitivo dove ci affiancano (e in parte ci ‘sostituiscono’) ‘entità’ che sono semplicemente più efficienti.

Proprio questi due temi (IA e crisi climatica), saranno i filoni principali del Festival. Parleremo dei rischi per le democrazie che derivano dal potere di chi detiene i dati e controlla i sistemi di IA; di macchine senza guidatore; di etica dell’IA; di trasformazioni della guerra al tempo dell’IA; di irruzione di questa tecnologia sul terreno delle attività creative (musica, letteratura, cinema, arti figurative) e dei connessi problemi riguardanti il diritto d’autore e la proprietà intellettuale; di robotica assistenziale e di applicazioni dell’IA nel campo della salute; di biodiversità come grande questione non solo ambientale, ma culturale e sociale, come ha ricordato qualche giorno fa il Presidente Mattarella; di crisi climatica, responsabilità verso le generazioni future, di come le città dovranno ridisegnare sé stesse per adattarsi alle sfide di un mondo più caldo.

L’area tematica tracciata dal titolo del festival è comunque più ampia. Si discuterà anche di esplorazione spaziale, etica della cura e decisioni di fine vita, diritto all’oblio digitale, donne che hanno fatto la storia della scienza.

La scienza (che a sua volta sta subendo un processo di deumanizzazione e di moltiplicazione di contenuti per i quali non è chiaro se e come potranno funzionare i tradizionali meccanismi di convalida e verifica) è uno dei fattori più potenti di trasformazione dell’esperienza umana. E oggi siamo davvero ad uno stadio fondamentale di questa nostra storia. Parlarne, mettere a confronto voci diverse, non risolve i problemi, ma è una condizione necessaria non tanto per dare risposte, ma per capire quali sono le domande, qual è la posta in gioco negli scenari che si stanno delineando, ben sapendo tuttavia, come scrive Giorgio Parisi, che “per quanti sforzi possiamo fare per prevedere il futuro, il futuro ci sorprenderà”.

Pubblicato su Gazzetta di Parma, 2 ottobre 2026

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